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Nella vita di ciascuno di noi ci sono dei
momenti decisivi, soprattutto per quanto
riguarda la scelta da fare per tutta la
vita.
Questi momenti sono particolari, in quanto
con essi, scegliamo anche il "modo" di
seguire il Signore e ciò che della nostra
vita vogliamo fare: è la vocazione.
Non tutti abbiamo la stessa: c'è che si
sposa, c'è che va in missione, c'è chi
sceglie di esercitare una professione
particolare per aiutare il prossimo, c'è
chi diventa sacerdote, c'è chi sceglie la
vita consacrata
nella clausura.
La scelta di Francesca è proprio quest'ultima:
la clausura nel Carmelo.
Viene inserita la sua storia in questa
sezione proprio perché tutto il suo cammino
indica dei momenti "speciali" che il Signore
le ha donato, per poi comprendere di
diventare Sua Sposa per sempre.
(Adele Caramico)
La storia di Francesca, novizia carmelitana
Pensieri
di un’esperienza raccontata da Francesca,
novizia carmelitana che si accinge a fare la
Professione. Prenderà come nuovo nome: sr M.
Ludovica dell’Emmanuele.
Nella
solitudine profonda fuggii. Era notte, la
notte del mio esistere senza senso: nuovi
orizzonti si aprirono finalmente nell’aurora
di un giorno di libertà. Il Signore era con
me, ma io non lo sapevo, dentro di me
stringevo la sua presenza e in lui
l’universo intero. Quella voce lontana mi
spingeva: “Alzati e va’... Ti aspetto là,
dove costruirai te stessa. Non ti
preoccupare, Io sono con te e non ti
abbandonerò, perché il tuo nome mi è caro.
Ti proteggerò, sai, e dovunque andrai, Io
sarò con te”. E andai.
Il mare. Ricordo il sapore delle corse nelle
notti d’estate con il mio cane, Dumba. Il
silenzio di un buio familiare e delle acque
che si accostavano mi accarezzava dentro. Il
fragore del giorno si placava in quei
momenti. E mi chiedevo che senso avesse la
mia vita. Lavoro, amici, svaghi… e poi?
Quell’angolo solitario che mi afferrava da
quando ero piccina non si era riempito. Mi
aspettava. E questa cosa mi intimoriva.
Perché? Seduta sulla spiaggia con il
cagnotto stanco sdraiato accanto a me
ripensavo ai momenti in cui avevo ingoiato
la solitudine come una spina che ti soffoca
il respiro. Nessuno che comprendeva le tue
parole, tutti che andavano per le loro
strade, e io con qualcosa più grande di me
che non riuscivo ad andare serenamente
incontro alla vita. Quanto dolore! Unici
compagni di giochi: Dio e i gatti. Sì, Dio
giocava con me, lo sentivo accanto. Me lo
vedevo, un babbo buono che mi teneva
compagnia, buono come il mio babbo Mario che
era lontano. I mesi della navigazione erano
per me un’assenza insopportabile. Vivevo
l’ansia della separazione da ciò che
riempiva il cuore. Mi sentivo perduta perché
non potevo attingere alla fonte della mia
pace. Mamma lavorava. E io ero sola. Quanto
parlava quella solitudine alla mia fame di
accoglienza. Parlava di
abbandono, di non considerazione, di
mancanza vitale. Eppure quella solitudine
scavava in me quelle esigenze insaziabili
che mi hanno strappato al tran tran per
portarmi al Carmelo. Il gusto del proibito
era la mia passione. Avevo voglia di
esperienze. Tutto doveva passare attraverso
di me. Il sapore del consumare l’esistenza
senza porsi troppi confini. Stavo buttando i
miei anni tra le braccia del: tutto ciò che
voglio, quando un pensiero concluse il mio
correre. Non dormivo mai d’estate: le
crepes uscivano
dalle mie mani a migliaia tra le mille voci
dei villeggianti nelle notti calde senza
ore, gli scaffali del discount mi
aspettavano durante il giorno. Un ritmo
frenetico, e nei brevi spazi tra un lavoro e
l’altro: gli amici, gli amori, le sfide.
Dentro un senso di onnipotenza e di profonda
umiliazione mi accompagnava. Ricordo che una
sera per difendere un’amica afferrai il
ragazzo che la stava offendendo con forza e
lo buttai in mare. Quante volte penavo nel
vedere le ingiustizie spicciole del
quotidiano. Allora riandavo ai pomeriggi
dell’adolescenza quando con il motorino me
ne andavo in un angolo e bevevo il tramonto
come risposta al dolore che attanagliava il
mio cuore. Lacrime e domande scorrevano
senza risposta. Il Signore non aveva posto
nelle mie giornate, ce l’avevo con lui
perché avevo ricevuto del male. Avevo
provato anche a porre fine alla mia vita, ma
il mio babbo mi aveva sempre salvato.
L’ultima estate, non so perché, prima di
andare al lavoro presi a entrare nella
Chiesa vicina al discount e a parlare con
quel Cristo appeso in fondo. Era diventato
un
appuntamento ormai,
ogni mattina. Dopo anni, qualcosa tornava a
tirarmi. Sei anni prima avevo pregato molto.
Avevo 18 anni, quando mio padre ebbe un
incidente stradale. Volevo a tutti i costi
che si salvasse, e mi rivolsi a Dio. Non
morì, ma il buco nel cervello lo lasciò come
un bimbo di cinque anni. Per me fu come
morire: era vivo, ma non era più il mio
babbo. L’unica persona che veramente mi
capiva, alla quale potevo dire tutto senza
problemi, il mio unico vero amico, tutto il
mio affetto. Non capivo perché mi era stato
tolto. E se pregavo, d’altra parte litigavo
con Lui per quello che aveva fatto. Dopo
anni mi ritrovavo a cercarlo e a chiedergli
di portarmi via. Che senso aveva vivere? Fu
allora che dissi: Mi vado a fare suora. Ero
di quelle che sfottevano i preti e le suore,
ma anche quella che faceva il primo
soccorso, che andava come volontaria al
centro per tossicodipendenti o al circolo
anziani. Misteri del sentire umano… Dove
andare? Mi piaceva la missione, l’Africa era
il mio sogno. Andare ad aiutare i bambini,
la gente di quelle terre in miseria. Chiedi
a un prete che mi conosceva, qualche
indirizzo. Mi disse di andare dalle
mercedarie o dalle clarisse. Andai con un
mio amico, ma non mi piacque l’accoglienza
che ricevetti. E tornai via,
senza aver concluso
nulla. Il Signore sapeva dove aspettarmi. Fu
una signora cliente del discount dove
lavoravo che mi indicò un posto dove andare:
Cerreto. Lo cercai sulla
cartina perché non avevo idea di dove fosse.
E un pomeriggio andai. Un luogo semplice,
senza pretese. Mi fecero accomodare in
parlatorio e lì incontrai le suore. Mi
piacquero. Erano normali, non mi sentivo a
disagio. Chiesi: Voglio vedere come si fa a
diventare suora. Tornai la settimana dopo.
Non capivo cosa stava succedendo. So solo
che mi licenziai dai posti di lavoro che
avevo. E partii. Si apriva il capitolo più
importante della mia vita, quello che sto
vivendo ora. Mi piaceva quel silenzio, la
preghiera, il poter leggere e pensare, lo
stare insieme. Mi mancavano tanto però gli
amici, il mare, il mio cane, il mio babbo.
Non sapevo cosa fare. Appena decidevo in
cuor mio di andar via, Qualcuno con forza mi
diceva: “Rimani”. Anche la notte, mi
svegliavo e quell’invito non mi lasciava:
“Ma dove vai? Rimani”. Un solo pensiero mi
attraversava la mente: Sarò degna di
servirlo? E rimasi.
Dopo
un anno e mezzo posso dire di aver intuito
il perché sono qui. L’impegno nel lavorare
alla propria trasformazione interiore che al
Carmelo è pane quotidiano mi sta facendo
scoprire la bellezza della mia vita umana.
Gli scogli più aspri della mia storia mi
stanno rivelando la predilezione di Dio che
mi ha raggiunto attraverso la sofferenza
rendendomi capace di andare oltre il
vissuto. L’uscire da me stessa, una me
stessa camuffata nell’immagine di ragazza
ultramoderna trasgressiva e senza debolezze,
mi sta donando il mio vero volto. E quando
chiedo a Babbo: “Perché proprio io?” e Lui
mi risponde: “Mi è piaciuto il tuo cuore”,
capisco che la chiamata è un mistero come è
un mistero la risposta. Quale parte ho avuto
io? Forse quella di non aver chiuso mai i
battenti alla speranza che ci fosse qualcosa
di bello anche per me e di aver ascoltato
passo passo quella voce profonda che mi
indicava. Con te oggi dico grazie al Signore
per avermi donato di partecipare al Suo dono
di Amore.
Il
2
febbraio 2004 alle ore 15.00,
pronuncerò i miei voti al Signore e vestirò
l’abito carmelitano. Conto sulla tua
preghiera per il mio cammino. Io ti assicuro
di ricordarti nelle mie giornate consacrate
all’Amore.
Francesca
nov. carm.
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